A cosa serve una Scuola di Pace in tempo di guerra?
Ci sono domande che non hanno risposte banali, ma che è giusto porsi costantemente per capire se il nostro agire ha un senso. Il titolo di questo articolo è una di quelle. Proverò a rispondere per quello che mi compete come Coordinatore del Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli che è l’ideatore dalla Peace School Mario Paciolla.
Stiamo assistendo a guerre e stragi genocidarie senza precedenti, accompagnate da uno sciame mediatico che toglie il sonno e ci rende impotenti, sconfitti nell’intima coscienza di non avere alcun controllo sul futuro nostro e del pianeta che abitiamo e, pure, incessantemente, ci chiediamo cosa possiamo fare per riprenderci la dignità che sentiamo perduta.
Che fare? E’ la domanda che pongono i movimenti che difendono i diritti dei Palestinesi, degli Ucraini rifugiati nei quattro angoli d’Europa per sopravvivere ad una guerra fratricida, dei giovani che contestano in ogni città europea le politiche di riarmo, dei lavoratori che bloccano i porti per impedire il flusso di armi verso le frontiere, degli ambientalisti che trasmettono l’allarme nucleare e prevedono la fine delle risorse essenziali. Ed è l’interrogativo cruciale di chi difende i Diritti Umani attraverso il Diritto internazionale e vede sgretolarsi le organizzazioni poste a salvaguardia della Pace dopo la follia del nazifascismo.
Da qui parte la risposta che potremmo dare all’interrogativo, lacerante, che ci siamo posti, costruendo la Peace School Mario Paciolla, nel cuore di Napoli, nel bel mezzo di questa fase storica che non lascia molto spazio alla solidarietà e alla speranza. Abbiamo creduto innanzitutto utile ripetere che c’è bisogno di sostenere la Pace, insegnarla, spiegarla, difenderla, che dobbiamo indirizzare i giovani verso il sogno che fu dei nostri padri costituenti e a cui Mario Paciolla dedicò la sua giovane vita.
Per noi del Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli, convinti fautori del principio di Cinema-Azione che ci guida da molti anni e ispira le nostre campagne di solidarietà, coniugare l’impegno per ottenere dal Governo Italiano un giusto processo per la vicenda che ha portato alla morte di Mario Paciolla e costruire, nel suo nome, un corso per orientare i giovani verso le professioni della Pace, è stato un gesto spontaneo e necessario. Ma c’è di più. Se vogliamo fermare lo scivolamento verso una nuova guerra mondiale che prende forma sotto i nostri occhi, non ci resta che mobilitare la società civile e puntare su una inversione di valori che riporti in auge la cultura di Pace.
Con queste premesse, ci siamo rivolti alle Università che sentiamo più vicine, prima fra tutti L’Orientale e poi la Federico II, per chiedere sostegno, per avvicinare gli studenti e cercare di contaminare con la cultura della Pace anche i programmi formativi.
E oggi, dopo due edizioni della Peace School Mario Paciolla, tentando un primo bilancio dell’impatto della nostra iniziativa, possiamo dire che siamo riusciti ad intercettare un bisogno molto avvertito dai giovani e, forse, possiamo provare a spiccare un salto ancora più in alto e in lungo, strutturando meglio le modalità di attuazione di questa scuola che non ha eguali nel nostro Paese. I prossimi mesi ci diranno se siamo soli a credere in questa strategia o possiamo raccogliere anche il consenso di altre istituzioni e di ulteriori organizzazioni della società civile.
Questa esperienza, oggi possiamo affermarlo, non ha solo il senso di dare una risposta alle nostre coscienze, ma può seminare nei giovani la fiducia che la vicenda umana può cambiare il corso delle cose ad ogni svolta della storia perché esistono professioni che aiutano la Pace e quindi vale la pena non rassegnarci al pessimismo e agire, perché la Pace non è una utopia.
Per ribadire questi concetti abbiamo chiamato a raccolta esperti e testimoni di progetti umanitari che attraversano il mar Mediterraneo e i Paesi che vi si affacciano per aiutare le popolazioni che soffrono le dittature e la guerra, i giuristi che difendono lo stato di diritto e le organizzazioni internazionali, i giornalisti che documentano gli abusi dei diritti fondamentali. E’ da loro che i nostri giovani hanno ascoltato i racconti di coraggiose esperienze vissute in prima persona e hanno capito come orientarsi per frequentare corsi di formazione, tirocini e scuole di specializzazione per poter partecipare a progetti umanitari in zone di guerra o di post conflitto, a recuperi in mare di emigranti naufraghi, a scorte disarmate di contadini che vanno a raccogliere i frutti del loro campo o ad accompagnare a scuola bambini che abitano in zone a rischio, ma, anche, come partecipare a programmi di sviluppo socioeconomico in Paesi poveri e costruire gradualmente la partecipazione democratica in società fino a ieri oppresse dalle dittature.
Abbiamo voluto spiegare ai nostri giovani corsisti che la cooperazione internazionale e la mediazione culturale sono professioni che aprono il cuore alla speranza di vivere senza povertà in un mondo senza guerre e che qualunque professione, dal medico all’architetto, dall’economista al giurista, si può svolgere guardando agli aspetti di difesa della Pace e al mondo intero come a casa propria.
Crediamo, infine, di avere risposto in pieno alla domanda con cui questo scritto ha esordito e vorremmo continuare, negli anni a venire, a offrire altri esempi ai giovani studenti che vorranno ancora onorarci con la stessa fiducia che abbiamo raccolto in queste prime edizioni della Peace School Mario Paciolla. Anzi, vorremmo estendere agli studenti medi il compito di uditori di questi racconti perché la Pace è disciplina che deve essere insegnata a Scuola e non restare soltanto un’aspirazione di persone sensibili o il sogno di pochi eroici idealisti. Scuola e università sono quindi l’habitat ideale in cui la Pace può radicarsi e trovare la legittimità, anche culturale, che merita.
E se tutto questo potesse anche servire a mobilitare le coscienze dei cittadini italiani alla richiesta di costituire una Commissione Parlamentare di inchiesta che assicuri un giusto processo per accertare le responsabilità della morte di un giovane coraggioso come Mario Paciolla, forse avremmo davvero fatto qualcosa di buono per la sua memoria, per la sua famiglia, per noi tutti.
Maurizio Del Bufalo
