L’occasione della conclusione del XVII Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli (11-21 novembre 2025) offre lo spunto per un bilancio dei 20 anni di impegno per i Diritti Umani dell’Associazione Cinema e Diritti, che promuove il Festival, ma anche dell’intero settore cinematografico dedicato alla tutela e promozione dei Diritti Umani, nato nella seconda metà del Novecento nel sud del mondo.

Il Festival napoletano appartiene dal 2009 alla rete Human Rights Film Festival di Amnesty Int. di cui fanno parte oltre 50 città del mondo che promuovono il Cinema che racconta le resistenze umane alle violazioni dei Diritti sanciti dalla Carta ONU del 1948. Nato nel 2005 come alleanza tra Napoli e Buenos Aires, il Festival partenopeo è ormai un punto di riferimento per i registi di tutto il mondo e raccoglie opere da oltre 70 Paesi.

L’edizione 2025 del Festival ha avuto come titolo “Terre promesse, Terre rubate, Popoli senza Pace” ed ha guardato, con realismo e speranza, alla condizione dei popoli perseguitati per effetto di politiche neocoloniali e genocidarie, primi fra tutti Curdi, Palestinesi e Sahrawi e di questo proponiamo, di seguito, una sintesi.

Il nuovo Cinema politico

Lo scenario geopolitico internazionale, dal 2000 ad oggi, ha subito profonde trasformazioni e, di pari passo, anche il Cinema e le tecnologie audiovisive sono molto cambiate, tanto da richiedere un esame critico dell’intero settore, del ruolo che svolge il Cinema nella cultura e nella formazione, delle sue potenzialità nell’era dell’Intelligenza Artificiale, ma anche nella comprensione dei fenomeni di trasformazione globale a cui il linguaggio cinematografico offre strumenti di documentazione, analisi e diffusione senza precedenti. Il Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli, in questi anni, ha seguito l’evoluzione delle politiche internazionali attraverso i principali avvenimenti di cronaca, sottolineando alcuni effetti globali legati alle migrazioni, ai destini delle minoranze, ai cambiamenti climatici, alle guerre, al ruolo delle Nazioni Unite, tentando di contribuire alla creazione di una nuova cultura di Pace.

La riflessione a cui ci spinge questo anniversario, propiziata dalla inquietante contingenza storico-politica che stiamo vivendo, riguarda soprattutto il ruolo assunto dal “cinema politico”, rilanciato, su scala mondiale, dall’emergenza vissuta dai “popoli senza pace”, ovvero quelle comunità, numericamente minoritarie, che risiedono in terre considerate altrui, dominate cioè da Stati formalmente riconosciuti. L’obiettivo che è stato al centro del dibattito proposto dal XVII Festival di Napoli, ha approfondito le vicissitudini dei popoli perseguitati e costretti alla diaspora che, a ben guardare, prospettano soluzioni di lungo periodo per alcuni scenari particolarmente critici.

Il poderoso rigurgito nazionalista del governo israeliano, che ha demolito l’intera regione di Gaza e dato una spinta decisiva all’occupazione delle terre considerate finora palestinesi, ha fornito senz’altro il principale impulso alle nostre considerazioni. Lo sfratto armato dei Palestinesi dovrebbe costituire, nei piani del governo israeliano, la “soluzione definitiva” al problema mediorientale, un progetto che ritroviamo, con le dovute differenze, nell’espropriazione che il Marocco ha fatto della terra dei Sahrawi, nel Sahara Occidentale, confinandoli all’esterno di un muro armato e minato lungo 2700 chilometri e nella persecuzione a cui il governo turco sottopone i Curdi che abitano le regioni montuose al confine con la Siria (Rojava), ignorando deliberatamente le vestigia della loro civiltà, distruggendole sistematicamente fino alla scomparsa, per offrirle poi alla borghesia turca come siti residenziali. E della scoperta di queste terribili analogie, il film “The memory of Sur” di Azad Altay, regista curdo turco, è stato straordinario profeta, diventando protagonista del nostro Festival 2025, guidandoci tra le macerie di Djarbakir, una sorta di Gaza nel cuore della Turchia curda.

E altrettanto emozionante è stato rivedere “Una storia Sahrawi” di Mario Martone, un film del 1996, e l’intervista in cui il maestro del cinema napoletano moderno ammetteva di essere stato fortemente affascinato dalla cultura del Popolo del Deserto, fino al punto di immaginare di rivedere il suo “Noi credevamo” alla luce del concetto di Patria espresso da questa gente offesa e perseguitata. Storie di cinema che si tengono per mano, senza confini di tempo, di terra, di orizzonti, di culture, unite solo dal linguaggio del racconto della sofferenza e della lotta.

Il Cinema dei Diritti, voce degli Ultimi

Le odissee di questi tre popoli, non a caso riprese dal Festival come casi di studio per dibattere degli orizzonti del neocolonialismo, hanno provocato una formidabile resistenza umana alla distruzione di patrimoni civili e culturali che costituiscono la prova più evidente del reato di genocidio. Eppure, se queste considerazioni dimostrano che, da Est a Ovest, la caccia alle minoranze è spietata e accompagnata da analoghe strategie di persecuzione, minore attenzione è stata rivolta alla possibilità che proprio da questi popoli oppressi possa venire una possibile soluzione alla inderogabile necessità di convivenza di comunità diverse. L’opinione pubblica internazionale non ha adeguatamente apprezzato la capacità di adattamento di questi popoli che hanno offerto esempi di convivenza e condivisione delle risorse che potrebbe essere un’alternativa alla logica esclusiva degli Stati-nazione, il che darebbe risposte adeguate al bisogno di Pace e alla crisi delle risorse fondamentali per la vita umana, un tema che, al contrario, i Diritti Umani segnalano da tempo con drammatica urgenza.

In questi frangenti, il Cinema dei Diritti Umani ci aiuta a rileggere gli avvenimenti degli ultimi decenni di storia, a scoprire il filo rosso che collega le scelte degli Stati occidentali, attraverso lo sguardo attento dei filmaker, degli attivisti che hanno osservato il lievitare dell’intolleranza e l’hanno documentata per lanciare segnali di emergenza al resto del mondo.

Non è la prima volta che il Cinema si fa portavoce di grida di dolore e propone visioni future. Era già successo alla fine del Novecento con il Cinema documentario brasiliano e argentino, ispirato dal Neorealismo italiano del dopoguerra, che, sollecitato dal dilagare delle dittature latinoamericane, parlava all’Europa con le opere di Glauber Rocha e del Cinema Novo, di Raymundo Gleyzer e Jorge Denti, introdotte clandestinamente nel vecchio continente, per ricordare che metà del mondo viveva la ferocia silenziosa di dittature che credevamo cancellate dopo la Shoah e invece riemergevano, silenziose, sotto la spinta del bellicismo americano, destinate a produrre squilibri anche nelle democrazie europee, con la criminale alleanza tra mafie e servizi segreti.

Il Cinema, in quegli anni, aveva giocato un ruolo determinante per la controinformazione e aveva spiegato, più chiaramente degli altri media, quanto diffusa ed efficace fosse la rete delle organizzazioni paramilitari nella crescita delle nuove dittature (ad es. la Triple A), che imbrigliavano i Paesi dell’America Latina in una morsa liberticida, strangolando il dissenso e quanto la massoneria europea ed italiana svolgessero un ruolo di collegamento tra le sponde dell’Oceano, nella feroce alleanza tra criminalità organizzata e sistemi di intelligence. Il recente lavoro di ricostruzione della memoria di quegli anni, realizzato dal regista romano Enrico Blatti (“L’angelo di Buenos Aires”, “Enrico Calamai, una vita per i Diritti Umani”) sul ruolo svolto da uomini liberi e disobbedienti come Enrico Calamai, allora giovane diplomatico italiano, e il sindacalista Filippo Di Benedetto, che salvarono la vita a centinaia di dissidenti argentini di origine italiana, ha restituito merito ed onore a coloro che hanno operato contro gli ordini delle loro organizzazioni, rischiando la vita per obbedire alla legge morale dell’umanità, sfidando gli squadroni della morte e l’indifferenza dell’Europa, impedendo ulteriori massacri. Non a caso, in quei Paesi, in quegli anni, è nato e cresciuto il migliore Cinema dei Diritti Umani, di cui il Festival di Napoli si è fatto portavoce sin dai primi anni di vita.

Anche oggi, davanti agli sconvolgimenti del Diritto Universale, al boicottaggio delle determinazioni delle Nazioni Unite e al sabotaggio armato del lavoro di intere agenzie (UNRWA, UNHCR) ad opera degli stessi Paesi promotori della Carta ONU, il Cinema dei Diritti Umani ha apertamente denunciato il potere dei Governi Usa e Israeliano e le complicità genocide di Europa e Alleanza Atlantica, offrendo drammatici profili della realtà che vivono i territori Palestinesi occupati, attraverso documentari di cui “No other land”, vincitore del premio Oscar 2025, è certamente il più famoso, ma non certo il solo.

Il Cinema dei Diritti Umani è diventato così parte della controinformazione del nostro tempo, restituendo alla Settima Arte il ruolo di linguaggio descrittivo dei cambiamenti che tumultuosamente irrompono sulla scena mondiale. E a pagare il costo di queste rivelazioni sono stati i filmaker, i giornalisti d’inchiesta e gli attivisti che hanno portato all’attenzione dell’opinione pubblica mondiale le inconfutabili prove d’accusa del massacro degli innocenti abitanti di quelle terre offese, aggredite, rubate. Centinaia di questi testimoni sono caduti, armati solo della loro telecamera, sotto il piombo degli eserciti più organizzato del mondo e uno di essi (di cui taceremo l’identità per motivi di sicurezza), giovane regista palestinese cresciuto professionalmente in Italia, è ancora in regime di detenzione amministrativa per avere documentato le torture letali praticate nelle carceri della Cisgiordania, dove i cadaveri delle vittime sono riconsegnati ai propri familiari, resi irriconoscibili dal processo di ibernazione che cela i segni delle violenze subite.

Ma gli esempi di coraggio documentati in ogni angolo del mondo sono innumerevoli. Pochi anni fa abbiamo premiato un film che raccontava di un attivista indio amazzonico che aveva accettato di testimoniare le devastazioni prodotte dalle multinazionali del legno, ma il protagonista fu ucciso pochi giorni dopo la premiazione. Gli stessi protagonisti di “No other land”, benché destinatari del più prestigioso award internazionale, sono stati aggrediti da coloni israeliani della West Bank e feriti, subito dopo avere denunciato quello che oggi tutti sappiamo sul dilagare della violenza in Cisgiordania.

L’utopia necessaria di Abdullah Ocalan

Ma se, nel caso delle dittature cilene, argentine e brasiliane degli anni 70, il Cinema ha svolto un attento lavoro di controinformazione, di difesa della memoria e dei Diritti Umani, documentando le tentazioni genocidiarie dei governi sudamericani, oggi il Cinema dei Diritti Umani costituisce una risorsa “politica” ancora più preziosa, in grado di evidenziare possibili vie d’uscita ai limiti del suprematismo occidentale. E’ il caso del popolo Curdo la cui diaspora ha portato i moderni discendenti dei Sumeri ad arroccarsi sulle montagne del Rojava siriano per sfuggire alla persecuzione turca. Da quelle alture, dieci anni fa, è partito un forte messaggio di resistenza alle ondate di radicalismo religioso arabo che ha fermato l’espansione dell’Isis, un gesto costato ingenti perdite umane al popolo Curdo, il cui eroismo fu magistralmente descritto dal film “Nujn” (la nuova vita) del regista Veysi Altay, che si aggiudicò nel 2019 il premio della categoria Lungometraggi del Festival di Napoli. L’esempio dei Curdi del Rojava non ha offerto all’Occidente soltanto una prova del coraggio del “popolo delle montagne”, ma ha raccontato al tempo stesso l’avverarsi di un nuovo modello di organizzazione democratica che ha mostrato come si può essere “popolo” nel territorio di altri Stati, anche senza avere un’organizzazione statuale propria. Un messaggio di speranza anche per le esauste democrazie europee, impegnate a fermare con nuovi campi di concentramento l’ondata migratoria di popoli in fuga da guerre e fame.

E su questo paradigma politico, chiamato Confederalismo Democratico dal suo ideatore, Abdul Ocalan, il Festival di Napoli di quest’anno si è interrogato a lungo per capire se il percorso indicato dal leader Curdo (rinchiuso da 26 anni in un carcere di massima sicurezza su un’isola del Mar di Marmara) e realizzato nel Rojava siriano, può al tempo stesso superare il binomio obsoleto di Stato-nazione e finalmente proporre un’organizzazione politica e amministrativa più idonea al futuro della regione mediorientale, che finora ha prodotto stragi in nome dello Stato nazione, producendo nuovi conflitti e insanabili squilibri.

Ripudiare la guerra come soluzione delle divergenze politiche, come recita magistralmente la nostra Costituzione, non ci mette al riparo dalla nascita di nuovi conflitti, dettati dall’espansione di interessi economici o di bisogni energetici e di materie prime che emergono prepotentemente dalla competizione a cui ci spinge il modello di sviluppo imperante. Dividere la Palestina in due Stati, se è lecito citare il più famoso esempio di pacificazione additato per il Medio Oriente, potrebbe riportare il conflitto in una dimensione non molto diversa dall’attuale, mentre la proposta di Ocalan, nata dall’esperienza di secoli di convivenza dei Curdi nel territorio di 4 stati differenti (Iran, Iraq, Turchia e Siria), potrebbe aprire la strada a una diversa forma di dignitosa convivenza tra più popoli, che ripudi il concetto di Stato egemone e favorisca l’organizzazione equa di comunità regionali democraticamente gestite. Per questo guardiamo al Rojava come ad “una utopia necessaria”, parafrasando Jorge Denti, regista amico del Festival, sopravvissuto alle retate dei paramilitari argentini degli anni 70, convinto assertore del potere maieutico del Cinema.

La proposta di Ocalan ci spinge a rivedere la logica fortemente competitiva dell’attuale sistema di sviluppo globale, che costringe ogni popolo ad aggredire un altro per assicurarsi beni e servizi a costi sempre più bassi, sfruttando il lavoro umano fino al limite estremo e strappando al suolo, al mare, al sottosuolo e all’atmosfera le risorse necessarie per assicurare lo sviluppo illimitato della propria comunità.

In altre parole, il nostro Cinema dei Diritti Umani, dedicando la XVII edizione al leader curdo in carcere, ha voluto mostrare, attraverso l’esame delle storie di tre popoli apparentemente lontani e pur vittime del neocolonialismo, come il dramma della “convivenza impossibile” che si consuma da tre anni al confine dell’Europa (Russia/Ucraina) o nel cuore del Vicino Oriente non sono che il frutto esasperato della competizione totale che il Modello di Sviluppo globale ha preparato da tempo per il genere umano. Urge modificare i parametri che guidano le logiche della politica, introducendo l’aggettivo “Umano” accanto alla parola “Sviluppo”, accettando il sistema di regole universali che chiamiamo Diritto Internazionale.

Un semplice bilancio

Con questi temi di confronto, il nostro Cinema dei Diritti Umani è entrato nel vivo dell’attualità di questi anni, affidando al linguaggio cinematografico il racconto di nuove esperienze, di nuove resistenze umane, per affermare l’eguaglianza di tutti, a qualunque latitudine, stimolando, quando ne siamo capaci, il Cinema-azione, per dar vita ad iniziative opportune, a lotte necessarie, spinti dalle immagini di registi e testimoni coraggiosi.

E per dare un esempio del nostro modo di intendere il Cinema, non abbiamo esitato ad aprire il Festival di quest’anno inaugurando la prima edizione della Peace School dedicata ad un giovane cooperante, Mario Paciolla, che ha perso la vita nel 2020, mentre costruiva la Pace in Colombia, servendo la locale missione ONU. Il lusinghiero risultato ottenuto dalla Peace School ci incoraggia a consolidare a Napoli questo evento, negli anni a venire, per costruire una nuova Cultura di Pace in cui il Cinema diventi protagonista di un risveglio in nome dei Diritti Universali, per orientare i giovani verso le professioni della solidarietà, la Cooperazione internazionale, il Multilateralismo, rilanciando il sogno che fu di Mario Paciolla.

E’ questo il filo che tiene uniti questi 20 anni di missione, di ascolto e di comprensione, per aiutare le giovani generazioni e le comunità a non dimenticare la lezione dei nostri padri, ad interpretare il senso più profondo degli avvenimenti che, spesso, l’informazione mainstream dimentica o trascura.

Una lezione che abbiamo appreso dai popoli oppressi, derubati, perseguitati e di cui siamo, ancora oggi, fieri promotori.