Zainab Entezar, che racconta, con la sua giovane vita, il coraggio delle donne afghane
E’ minuta di corporatura, Zainab, ma decisa nei modi e nei comportamenti e affronta il dialogo col pubblico senza nessuna timidezza. A guardarla sembra quasi una bambina, eppure non perde una battuta nelle risposte al pubblico, non vuole che resti alcun dubbio a chi le sta regalando l’attenzione di questi eventi.
Due settimane a percorrere su e giù l’Italia, tra Comiso e Trieste, passando per Salerno, Napoli, Roma e Firenze, sulle tracce di un’ospitalità che il nostro Paese sembra aver dimenticato, mentre il Governo Meloni appronta un carcere in Albania per chi fugge dalle guerre e dalla carestia e riserva ai braccianti uno sfruttamento che nessuno fa finta di vedere. In questa Italia, che tradisce il suo passato di Paese ospitale, una ragazza di 31 anni, sfuggita ai tagliagole Talebani intrisi di un estremismo religioso e sostenuti da straordinari finanziamenti USA (40 milioni di USD alla settimana), sfida con suo sguardo deciso il giudizio di chi le chiede cosa si aspetta dal futuro. Lei la sua scelta l’ha già fatta, è scappata da Kabul, che giura di portare sempre nel cuore, abbandonando la sua famiglia che la rimproverava per essere indomita, perché aveva voglia di ribellarsi al silenzio che le era stato imposto, al divieto di frequentare le scuole e l’università e ha scelto la macchina da presa (ma sarebbe meglio dire il cellulare nascosto sotto il burqa) per dire come la pensa e giura di sapere che noi non immaginiamo neppure cosa vuol dire vivere in Afghanistan. Dice che la nostra stampa ignora le morti nascoste che si succedono continuamente nel suo paese e che le disuguaglianze che vede in Europa sono minime rispetto al buio dell’estremismo religioso arabo.
Non ci invidia, ma rimprovera il silenzio della nostra stampa sulle sofferenze di chi lotta nei Paesi meno fortunati, dice che se ognuno di noi raccontasse ad una persona sola quello che lei denuncia, il seme della verità darà i suoi frutti e il dolore della solitudine scomparirà a breve. È questa la cura alla crudeltà del mondo: la verità, la consapevolezza, il grido. Tutto fuorché il silenzio.
Forse Zainab non sa che la nostra democrazia sta vivendo una crisi profonda, forse addirittura senza ritorno, ma saremmo felici che lei, alla fine del tour che le abbiamo preparato in questo maggio pieno di guerre e di smarrimento planetario, potesse tornare in Germania, dove ha trovato rifugio, con un’idea più reale dell’Occidente, possibilmente imbevuta di un’accoglienza semplice e spontanea come sa offrirla la Rete del Caffè Sospeso, che insegue storie come la sua per raccontarle ad un’Italia che sta cambiando.
L’appuntamento di ieri a Salerno, articolato nell’incontro del mattino all’Università di Fisciano e nel pomeriggio tra gli studenti del Liceo Alfano I e la gente della città, ha destato stupore e rispetto in chi l’aspettava per sapere come ha fatto una ragazza di 30 anni ad incamminarsi per le strade del mondo con un bambino appena nato, lasciandosi dietro la sua città e la sua gente, perché non aveva voglia di accettare una vita minore, un ruolo di seconda fila. Lei è regista e scrittrice e i suoi film tracimano coraggio, orgoglio, come le ragazze dei suoi cortometraggi che cercano casa per vivere da sole e si vedono fare proposte oscene, ammiccamenti, o ricevono sorrisi beffardi o, nel migliore dei casi, indifferenza, derisione, scherno e reagiscono buttando in faccia a quei miseri maschi una manciata di monete.
Forse alla nostra gente sembra assurdo che una donna così forte ed intelligente non sappia trovare un compromesso più comodo per vivere a casa sua, senza rinunciare al suo mondo, alle sue amicizie e tagli, senza esitazione, i ponti col passato, un passato così breve. Eppure Zainab dà l’impressione di non avere bisogno di mediazione e voglia solo gridare il suo dissenso, costi quel che costi. I suoi occhi cercano la comprensione di chi, rispetto a lei, sembra avere tutto e forse, durante questo viaggio nell’Italia in crisi, ne sentiremo altre, vedremo altre reazioni di questa ragazza bruna e minuta, dagli occhi scuri e determinati, che non fa sconti a nessuno.
E sarà bene leggere fino in fondo le sue 36 storie, raccolte nel suo ultimo libro “Fuorché il silenzio” dove tante donne si confessano e ci spiegano che a volte la morte è meglio della vergogna di accettare un ruolo da servi stupidi, che se morire può salvare le vite di altri figli e di altre madri, anche la morte è giusta perché allontana la schiavitù.
Zainab è caduta come un meteorite nel pianeta Italia, proprio mentre il nostro popolo sta diventando indifferente al martirio, alla strage, all’orrore e rinuncia alla speranza della lotta. Forse Zainab è venuta a raccontarci che la guerra è una gran fregatura che non risolve proprio niente e non fa altro che preparare altra guerra, forse Zainab ci parla, indirettamente, di Gaza e di quello che un gruppo di integralisti ebrei (ma potrebbero anche essere arabi talebani) può fare per difendere l’assurda tesi di una terra promessa, di un dio che chiede sangue come gli dei falsi e bugiardi dell’antichità. Zainab parla poco di genocidio, ma forse la sua breve vita ci spiega che la religione deve fermarsi davanti ai Diritti fondamentali dell’essere umano, se davvero vuole essere credibile, e che amare se stessi, la propria vita e quello che ci sta attorno, non è possibile senza la libertà, l’uguaglianza con gli altri simili.
Può accadere, sentendola parlare, che ci si chieda: ma c’era bisogno di ascoltare questa donna determinata di Kabul per capire che una vita senza diritti non vale la pena di essere vissuta? Forse dovremmo dire grazie alla Rete del Caffè Sospeso che ci regala queste emozioni e ci costringe a fermarci un attimo davanti a queste domande e a riprendere in mano la Dichiarazione Universale che 77 anni fa segnò una rottura col passato fatto di guerre e di prove di forza.
