Profilo di una donna che, in nome della verità, ha sfidato la violenza del potere per affermare la legge di tutti

A volte mi interrogo sulla sua vita, mi chiedo come faccia a vivere, circondata da polemiche e da odio, colpita da limitazioni straordinarie, generalmente riservate ai dittatori e ai peggiori nemici delle democrazie, e poi a ritrovarsi a casa sua, con la sua famiglia, e a non sentirsi sgomenta, vittima, capro espiatorio terrorizzato e, in fondo, sola fra tanti che pure le dicono di andare avanti così.

Se non l’avessi conosciuta da vicino e non conoscessi un po’ i suoi trascorsi, potrei dire, vedendola tanto esposta ai riflettori e accanirsi testardamente contro l’indifferenza blindata dei Governi occidentali, che pretende visibilità come tante icone della politica e della società civile che dominano le copertine dei giornali e le pagine dei social network per prepararsi a scalare qualche carica istituzionale. E invece la trovo assolutamente coerente con la fermezza dei suoi obiettivi e delle sue parole che rispecchiano un agire immune da ambizioni personali, rivolto ad adempiere al suo ruolo, decisamente rivolta al cuore della gente, prima ancora che alla competenza degli esperti.

Francesca Albanese, relatrice speciale (rapporteur) delle Nazioni Unite per la Palestina e i Territori occupati, conserva l’entusiasmo per le proprie idee ed è talmente carica di energie vitali, da non esitare ad andare fino in fondo alla dimostrazione delle sue teorie, appellandosi al senso dell’umano di chi le sta di fronte, prima ancora che alla ragione.

Ci pensa lei a offrire le prove, le testimonianze che servono a suffragare il suo teorema, è una giurista, non una giornalista, e sa come fare; a noi resta il compito di dover comprendere l’impianto generale del suo pensiero che ci interroga, con la semplicità dell’evidenza, su questioni che stanno cambiando la storia. Sarà il tempo a dirci chi è Francesca Albanese; oggi è la persona a cui il mondo ha chiesto di tracciare un profilo rigoroso di quello che sta accadendo in Palestina dove 60 anni di dominio militare di Israele stanno dando una prova inconfutabile di cosa siano i residui della violenza coloniale, dell’odio razziale, della supremazia etnica che il Novecento ci ha lasciato, sostenuti dal rigore inflessibile di cui è capace una tecnologia pensata per difendere il potere e non per migliorare le condizioni della vita umana sulla Terra.

Leggere la Palestina per capire il mondo

È lei stessa a dirlo: la Palestina è la cartina di tornasole di un mondo che usa sistematicamente la violenza per opprimere i poveri e i più deboli, è l’esempio più limpido di quello che abbiamo costruito e tollerato seguendo il capitalismo senza regole che ha vinto la guerra fredda e poi si è rimangiato tutte le promesse di libertà e di liberazione dell’uomo, per renderlo nuovamente schiavo del potere e del denaro. Ma la Palestina, continua Francesca, è anche un’occasione di rivincita per le società civili, i popoli, contro lo strapotere degli Stati e l’indifferenza delle coscienze. Per effetto di quei 70.000 e più morti, caduti in due anni in un piccolo Paese occupato da un esercito straordinariamente organizzato, un intero continente, l’Europa, si sta risvegliando dopo decenni di indifferenza, per dire basta agli stermini e ai genocidi che si ripetono con incredibile regolarità nel mondo dominato dalla supremazia dell’Occidente capitalista. Forse, sembra dirci questa donna coraggiosa, non tutto il male viene per nuocere o, almeno, qualche volta c’è un seme di speranza di cambiamento anche nell’odio più feroce. La sua analisi, benché dura da accettare, sembra aprire uno spiraglio alla Pace.

Francesca è perfettamente conscia del ruolo che le è stato affidato e cerca di spiegare a tutto il resto del mondo come l’esercizio delle teorie suprematiste, messe a sistema, possa creare i presupposti per la fine del mondo che pensavamo di conoscere. Ci informa, ci sveglia, ma con la passione di chi non si arrende alla realtà.

Il suo argomentare è chiaro, lineare e proprio per questo disarmante e costringe i suoi interlocutori ad assumere toni perentori per non essere messi fuori gioco già dalle prime battute. Da parte mia, ho provato a chiederle se non le sembrasse utopica la sua posizione sul futuro della Palestina, ormai divorata dalle brame messianiche di Israele, ma lei si rifiuta di pensare che ci siano obiettivi impossibili e considera l’utopia un passaggio obbligato e necessario per il cambiamento di una realtà inaccettabile. Dobbiamo continuare a pensare e perseguire ciò che riteniamo giusto perché una volta che abbiamo capito come stanno le cose, non possiamo evitare di agire nella direzione che riteniamo più opportuna. La storia, poi, verrà…

Ci sono parole, nel suo argomentare, che lasciano stupiti. Personalmente sono sorpreso dalla lucidità con cui, in uno dei suoi ultimi dossier (“Dall’economia dell’occupazione, all’economia del genocidio”), lei riesca a delineare la “banalità del danaro” di una strage meditata e realizzata con il consenso di mezzo mondo, uno sterminio chiamato genocidio che va avanti senza soste, in nome delle promesse di un dio che nessuno ha mai conosciuto, fidando non solo sulla fornitura di armi, ma anche sui lauti guadagni di imprese che, su richiesta, costruiscono macchine per  l’abbattimento seriale di case, villaggi e coltivazioni costruite da poveri contadini privi dei diritti più elementari e sui soldi dei contribuenti europei, impiegati per commissionare il potenziamento di tante tecnologie distruttive.

Il Capitalismo, madre di tutte le guerre

È stata proprio la rivelazione sulla natura “sistemica” del male che è alla base del genocidio, che ha mostrato come dietro queste atrocità ci fosse il tornaconto di decine di formidabili imprese manifatturiere o di servizi immateriali, in grado di fornire supporto decisivo per l’esito dell’offensiva su Gaza e sulla Cisgiordania. E sta in questa rivelazione il motivo del rancore del Governo di Israele e degli Stati Uniti nei suoi confronti, loro che pensavano di far passare come “guerra santa” ciò che guerra non è mai stata, ma è solo un’operazione di pulizia etnica e di tornaconto economico, meditata da decenni e finalmente innescata dalla vile strage del 7 ottobre 2023 voluta da Hamas.

Ma Francesca non si è fermata a questo, ha raccontato anche come la resistenza dei  Palestinesi sia stata stimolata attraverso l’uso delle violenza e della giustizia a due velocità, ricorrendo all’apartheid e alla tortura in carcere, alla soppressione dei prigionieri politici e alla loro scomparsa, all’uso strumentale delle carceri per sottrarre i minori ai loro genitori, per indebolire la resistenza degli adulti alle misure repressive, per contenere con il terrore la reazione delle famiglie, privando i genitori dei loro bambini, minacciando di comminare anche venti anni di galera ad un minore che ha lanciato un sasso contro i mezzi blindati dell’esercito israeliano, mantenendo il sistema scolastico dei due popoli assolutamente distinto e separato, per impedire che un giorno ebrei e arabi potessero ritrovarsi vicini anche nel percorso educativo.

Tutto questo e molto altro è descritto nei dossier che Francesca ha copiosamente prodotto in tre anni di lavoro intenso, nei suoi libri divulgativi (“J’accuse”, “Quando il mondo dorme”) e in quelli che ancora saranno pubblicati, per chiarire fin nei minimi dettagli quello che nessuno finora ci aveva così compiutamente spiegato sulla Palestina. La velocità di pubblicazione e la cura nel dettaglio dei dati esposti rasenta l’incredibile e sembra il frutto di un’intera equipe, non di una donna sola.

Talvolta viene da chiedersi quanto ancora lei potrebbe dirci sulle origini del movimento sionista e sui suoi reali obiettivi, se solo potesse risiedere in quella terra di Palestina che le è stata negata sin dall’inizio del suo mandato, se potesse vivere a contatto con migliaia di storie individuali che dimostrano quanto lungo e radicato sia l’odio di una parte del popolo israeliano verso la gente dei territori occupati e quanto l’Europa abbia dormito sulle stragi dell’Intifada e sul cosiddetto terrorismo palestinese e quanto i veleni del sionismo siano penetrati a fondo nelle politiche dei Paesi Europei dopo avere soggiogato quelle statunitensi.

È straordinario pensare che sia stata una giovane donna a portare fin dentro le nostre case i segreti delle strategie israeliane, il vero volto di Benjamin Nethanyau che da sempre è ritenuto ispiratore della politica estera americana, il braccio armato degli USA in Oriente e invece, come afferma anche Jeffrey Sachs, ne è il vero padrone da trent’anni ad oggi. È un’immagine completamente diversa dell’Occidente quella che Francesca ha saputo delineare in tre anni di duro lavoro, senza fare ricorso ad analisi filosofiche né ad attacchi personali, ma solo a patrimoni documentari a cui è riuscita a dare evidenza.

Francesca e l’ONU

E sorprende che lei abbia saputo fare tutto questo dal suo osservatorio Onu nient’affatto privilegiato, ma semplicemente autorevole. È infatti noto che lei non percepisce alcuna retribuzione o beneficio e non fa parte dell’organico dell’ONU e forse in questo sta la sua salvezza. Francesca non è al soldo di nessuno Stato, né dell’Italia né dell’Europa, perché l’Alto Commissariato dei Diritti Umani dell’Onu ingaggia solo esperti di provata competenza e non si fa condizionare da alcuna gerarchia statale, come avviene invece per la gran parte degli incarichi assegnati dalle Agenzie Onu. Il compito del rapporteur è infatti affidato solo a persone provatamente competenti e conoscitrici dell’area geografica da monitorare. E viene da pensare che se oggi l’Organizzazione delle Nazioni Unite si trova nelle sabbie mobili in cui è gradualmente sprofondata da trent’anni, è anche per effetto di questa dipendenza genetica dalle istituzioni degli Stati membri che può condizionare la serenità di giudizio dei suoi funzionari.

Francesca è un esperto dell’Alto Commissariato dei Diritti Umani ed è essa stessa il prodotto di una selezione che non è condizionata dalle pressioni dei Governi; questa è la prima ragione della sua autonomia. Questa affermazione merita una breve riflessione. Posso testimoniare che, dopo essere entrato in contatto con una delle maggiori agenzie ONU, non riuscendo a spiegarmi la reticenza di alcuni Commissari nel sostenere tesi coraggiose e pur necessarie, mi è stato spiegato che ogni Commissario, alla fine del mandato ONU ricevuto, deve rientrare nei ranghi dell’amministrazione pubblica del suo Paese e lì sarà giudicato, anche in virtù della fedeltà mostrata al suo Paese. Questo vincolo può condizionare l’autonomia di molti funzionari, specialmente quelli di origine diplomatica. Ma non è questo il caso di Francesca.

Nuove verità

Eppure il suo compito, benché contrassegnato da critiche, ritorsioni e richieste di dimissioni, non è ancora finito e la sua attenzione sarà rivolta, nei prossimi mesi, all’esame delle condizioni in cui sono tenuti i prigionieri politici nei Territori occupati. La disparità vigente tra cittadini israeliani e palestinesi davanti alla legge è già stata oggetto delle sue analisi nei primi dossier pubblicati nel 2024, tanto da definire col termine apartheid il regime differenziato con cui vengono esaminate e giudicate le violazioni della legge (ed anche consentiti gli accessi ai beni comuni e ai servizi essenziali) nei territori occupati. In questa analisi rientra il delicatissimo capitolo della “detenzione amministrativa”, il binomio che ha tristemente designato lo status dei Palestinesi arrestati senza un valido e documentato motivo e in base al quale migliaia di palestinesi sono privati della libertà, per anni e anni, e talvolta sottoposti a nefande torture, talvolta letali.

Di questa gravissima, ennesima disumana violenza, Israele non risponde a nessuno, disconoscendo il ruolo di controllo delle Nazioni Unite anzi facendosene scherno, spesso ostentando la violenza praticata ai detenuti davanti alle telecamere; se poi i detenuti restano vittime di queste brutalità, i loro corpi vengono restituiti alle famiglie dopo essere stati a lungo ibernati, per rendere irriconoscibili i segni delle torture subite. È dunque arrivato il momento di raccontare questo ulteriore aspetto del genocidio, della feroce dittatura con cui Israele sta martoriando il popolo Palestinese con la complicità di tutti i Paesi Europei e degli Usa, tenendo in galera persino il leader moderato Marwan Baghouti, uno dei pochi che potrebbe negoziare una soluzione pacifica e dignitosa tra i due popoli.

Certo, ci sarebbe da raccontare ancora come sono stati scientificamente eliminati quasi 300 giornalisti, utilizzando sofisticate tecniche di tracciamento e riconoscimento individuale, annullando testimonianze che avrebbero documentato nei dettagli l’eccidio della gente di Gaza e, contemporaneamente, oscurando le prove dei fatti reali con false affermazioni e depistaggi. Ci sarebbe da spiegare ancora come si è potuto bombardare gli ospedali pieni di civili feriti e radere al suolo le università di un popolo già tenuto in ostaggio militare a cui si impedisce la migrazione. Ci sarebbe da spiegare come, per decenni prima del 7 ottobre, le ambulanze palestinesi con feriti gravi sono state fermate ai valichi di frontiera per ore e ore, senza alcun motivo, solo per rendere più difficile o impossibile la salvezza dei malati trasportati.

Quante verità vorremmo che Francesca ci rivelasse ancora eppure, a volte, ci soffermiamo sui modi del suo apparire in pubblico, le chiediamo maggiore discrezione nei discorsi, senza considerare la portata delle sue denunce, degli attacchi personali che subisce e della compressione della sua vita privata dopo le sanzioni subite nel confronto con le centrali del potere che le hanno giurato guerra. Nessun politico europeo ha accettato di vivere una simile sfida, neppure di opporre una minima resistenza al disegno bellico del blocco capitalista, eppure lei vive fino in fondo, da sola, questa contrapposizione senza dichiararsi vittima, fiera delle verità che ha rigorosamente documentato. Forse dovremmo noi interrogarci di più sulla nostra incapacità di dirle grazie di aver salvato, in parte, il giudizio sulla nostra generazione con la forza della verità.

Politica e Diritto, uno scontro epocale

È fin troppo chiaro che questa donna è oggi al centro della lotta senza quartiere tra potere politico e diritto, uno scontro epocale che sta producendo disagi e vittime in tutto il mondo e trova tra i maggiori protagonisti il 47simo Presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump. Il bersaglio preferito della politica americana è senz’altro l’Onu che ha, nei principi della Dichiarazione Universale del 1948, l’obiettivo della sua missione di affermare l’uguaglianza di tutti gli esseri umani. In virtù del suo coraggio e della sua determinazione, Francesca è diventata il simbolo più evidente della legge universale a cui i padroni del mondo vogliono sfuggire per affermare la propria volontà di espansione illimitata, violando anche le più elementari regole della sovranità nazionale e dell’etica umana. Non deve quindi sorprendere che talvolta Francesca finisca per fare velo, con la sua generosa esposizione, anche alle contraddizioni più imbarazzanti delle Nazioni Unite come l’incapacità a far rispettare le risoluzioni imposte ad Israele; insomma ne è diventata l’immagine più credibile, anche se la necessità di riformare i meccanismi decisionali dell’Organizzazione non è più procrastinabile.

Francesca ha dimostrato inoppugnabilmente che la tragedia che abbiamo davanti agli occhi è reale ed ha radici profonde e, soprattutto, ha mostrato le filiere degli interessi economici e finanziari che sono il profilo meno nobile del consenso generato dal genocidio. A questo punto, è giusto anche chiedersi come mai i rapporteur precedenti non siano riusciti a stimolare l’attenzione del mondo come ha saputo fare lei. Certo, il 7 ottobre 2023 è stato un evento senza precedenti, ma qui credo che una sincera riflessione debba essere fatta sul carattere indomito e generoso che traspare dall’energia di questa donna lucidamente appassionata, un carattere che non conosce pause, una fede incrollabile nel Diritto Internazionale per il quale, anche nel suo Paese, viene attaccata dal Governo, senza raccogliere particolari simpatie neppure nella Chiesa Cattolica romana, nemmeno nei vertici della stessa Organizzazione delle Nazioni Unite, ma che non è disposta a cedere neppure un palmo del suo spazio in nome della missione che le è stata affidata, quella di valutare ogni accadimento in nome dei Diritti Universali di cui è irriducibile custode.

Francesca e la Storia

È difficile predire in questo tempo di rapidi cambiamenti, cosa rimarrà del suo lavoro di denuncia di uno dei genocidi più feroci prodotti dal genere umano. La ricostruzione degli avvenimenti degli ultimi decenni, con uno sguardo al passato Novecento, ci ha restituito una visione complessiva delle responsabilità in Medio Oriente dei Paesi vincitori del Secondo Conflitto Mondiale che, forse, andrebbe integrata con l’analisi del comportamento dei Paesi Arabi che, dopo la guerra dei Sei Giorni, hanno preferito concludere accordi più tranquilli con il capitalismo occidentale che continuare ad opporre un fronte unito per difendere la Palestina. Al lavoro di denuncia di Francesca andrebbe anche associato il racconto della politica estera degli Stati Uniti dopo la caduta del Muro di Berlino, troppe volte piegata alla difesa degli interessi di Israele fino a raccontare di inesistenti “pistole fumanti” e a scatenare guerre intercontinentali che hanno moltiplicato l’odio verso gli occidentali e finanziato sanguinari gruppi islamici a cui ancora oggi è affidata una parte considerevole dell’equilibrio politico dell’Oriente.

Ma questo non è più compito di una rapporteur, quanto piuttosto di tutti coloro che  avranno il compito di costruire una nuova alleanza planetaria che possa superare i limiti dell’Onu e del progetto di Pace che postulava l’esistenza del Diritto Internazionale, del Multilateralismo e della Cooperazione Internazionale, principi e concetti crollati sotto le bombe a Gaza, insieme con i funzionari ONU, con i medici della Luna Rossa e degli ospedali palestinesi, con gli operatori delle ONG seppelliti sotto le rovine di quella Striscia di terra martoriata e, pure, pronti a risorgere per mano di altri uomini.

Di Francesca, infine, vorrei dire che ha fatto dignitosamente la sua parte, senza arretrare di un passo, come la Storia le chiedeva e certamente continuerà a farla con il suo carattere poco disposto all’indifferenza, all’oblio, fedele al suo mandato, fino all’ultimo, in nome di chi soffre per la violenza del potere, sempre dalla parte dei Diritti e della Pace, restando una donna vera, sincera, che non ha perso la lucidità e la capacità di indignarsi e di sorridere.

E accanto a lei saremo ancora in tanti, perché, unica com’è, non sia mai sola.

Maurizio Del Bufalo